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> Food Books (22)

Mayumi Nakagawara, I Cento Vitigni Autoctoni Italiani

04/05/2007

pp.303
Ed. SUN CHOH

Vi starete chiedendo se sono impazzito o meno a fare la recensione di un libro scritto in giapponese di cui non esiste la versione italiana. Innanzitutto rispondo che vedendo come è ben fatto mi verrebbe da dire che una versione in italiano non sarebbe, poi, così insensata. Perché il libro di Mayumi oltre ad essere scritto molto bene potrebbe essere interessante anche per il pubblico italiano sia di operatori del settore - che avrebbero così l’opportunità di conoscere il punto di vista di una brava sommelier, winewriter e consulente all’export giapponese - sia per i semplici appassionati dal momento che Mayumi, che vive, ormai, da anni in Italia, ha fatto un lavoro veramente molto utile ed interessante. Non sono io a dirlo che essendo suo grande ed affezionato amico potrei sembrare di parte ma un luminare come il Prof. Attilio Scienza che nella sua dedica introduttiva al testo scrive parole che, non vorrei sembrare esagerato, quasi mi hanno fatto commuovere. Scienza non usa giri di parole né risparmia i suoi elogi nel riconoscere il notevole sforzo, la passione ed il lavoro dell’autrice di questo prezioso testo. Il successo del manuale di Mayumi in Giappone è stato immediato con 10.000 copie vendute, praticamente in un batter baleno, tra ristoratori, sommelier e gestori di enoteche. E già si pensa ad una seconda ristampa e ad una seconda edizione. Il contingentamento dei vitigni da inserire nel volume, limitato a sole 100 varietà, ha infatti costretto a tenere fuori vitigni sempre più importanti nel nostro panorama produttivo: penso riferendomi alla nostra regione al pallagrello e al casavecchia solo per fare due tra i nomi più recentemente saliti alla ribalta. Passiamo in rassegna alcune delle etichette presenti solo per farvi rendere conto di quanto i risultati di questo progetto, durato diversi anni, siano veramente notevole. Si parte alla grande, in ordine rigorosamente alfabetico, con l’Aglianico che vede sfilare praticamente alcuni dei suoi intrpreti più rappresentativi: Molettieri (Taurasi Riserva Vigna 5 Querce), Mastroberardino (Taurasi Radici Riserva), Caggiano (Taurasi Vigna Macchia dei Goti), Pietracupa (Taurasi), Perillo (Taurasi Riserva), l’Aglianico del Taburno di Fattoria La Rivolta ed il Bue Apis della Cantina del Taburno, il Roinos di Eubea e il Don Anselmo di Paternoster per il Vulture. La biancolella Vigna Frassitelli di Casa d’Ambra e la Coda di Volpe di Vadiaperti aprono la strada ai bianchi campani. Quindi è la volta della falanghina di Sant’Agata dei Goti di Mustilli, quella del Taburno di Fattoria La Rivolta e quella di Guardia Sanframondi, Palombaia, di Corte Normanna, nonché l’inossidabile Falerno del Massico bianco Vigna Caracci di Villa Matilde (menzione e segnalazione anche per Ciabrelli, La Sibilla, Prattico, Libero Rillo e la Cantina del Taburno). Il Fiano d’Avellino trova spazio nelle bottiglie uniche ed indimenticabili di Marsella, Villa Diamante, Colli di Lapio ed a sorpresa il passito di Maffini (parata di etichette anche per Torricino, Macchialupa, Vadiaperti, Fratelli Urciuolo, ancora Maffini con il Kratos e Feudi di San Gregorio). Il Greco di Tufo e l’Asprinio, insolitamente accorpati in considerazione del loro comune origine, parlano di Petilia, Macchialupa, Cantina dei Monaci e Pietracupa, il Vigna Cicogna di Ferrara ed il classico Spumante d’Asprinio dei Borboni (la parata di etichette a margine è questa volta dedicata al Devon di Caggiano, Villa Raiano, Torricino, Manimurci, Tenuta Ponte e Feudi). Si chiude in rosso con il Piedirosso nelle sue diverse espressioni territoriali, quello di S.Agata dei Goti di Mustilli, il Lcryma Christi Vigna dell’Angelo di De Falco, quello ischitano di Cenatiempo e quello beneventano di Ocone (pasarella finale in questo caso per De Angelis Cantine Federiciane, Fattoria La Rivolata, Ravello e Furore, i rossi di Marisa Cuomo) . C’è posto pure per il Sommarrello di Castelmagno ed il Primitivo Moio 57 della omonima cantina di Modragone.Tutte aziende ed etichette che Mayumi ha avuto modo di conoscere ed apprezzare talvolta anche attraverso i consigli del sottoscritto e di Luciano e decidendo spesso di esportarli in Giappone. Attività quest’ultima che attraverso le sue conoscenze e competenze l’intraprendente ed inesauribile amica nipponica ha di recente ampliato ed intensificato con due nuove società dedicate che hanno aperto i battenti a Tokyo e che vanno ad affiancare la storica Microclima. Vorrei concludere questa mia breve recensione con le parole stesse dell’illustre Prof. Scienza nella parte in cui mi hanno maggiormente colpito allorquando afferma che: “Mayumi non solo a contribuito a diffondere la cultura del vino italiano in Giappone, ma ha aiutato a salvare, togliendolo dall’oblio e riportandoli alla coltivazione, molti vitigni che altrimenti sarebbero scomparsi per sempre”. Il nome “Mayumi” in giapponese è particolarmente carico e ricco di significati dal momento che inneggia a “libertà, verità e bellezza”, tutte virtù di cui sentiamo abbia sempre più bisogno il nostro amato mondo del vino. Non mi resta dunque che augurare “Gambatte ne !” (=buona fortuna, forza e coraggio!)… Mayumi.

Fabio Cimmino

lucianopignataro.it